
Alla rappresentazione di “Luce” al Teatro Comunale di Bologna era presente l’impresario del Teatro alla Scala di Milano, al quale l’opera piacque, tanto che la richiese per Milano. Ai milanesi non sembrava vero di poter rovesciare il giudizio dei bolognesi, come era accaduto spesso a tante opere che cadevano a Milano se applaudite a Bologna o cadevano a Bologna se applaudite a Milano.
Dopo il trionfo de I Goti a Bologna, Gobatti a Milano con “Luce” tocca l’abisso della negatività. Le cronache dell’epoca sono ricche di particolari: fischi, urla disumane e schiamazzi. Era un massacro incivile, che voleva colpire non solo un artista, un uomo, ma il pubblico del Comunale di Bologna, vero obiettivo da colpire. Gobatti diventa la vittima innocente, usata come strumento nelle mani dei milanesi: tutti gli odi e i rancori repressi, tutte le invidie mascherate si scatenarono contro quella disgraziata Luce. Come eccessiva fu la glorificazione per I Goti, così eccessiva fu anche l’umiliazione per Luce. Subito si diffuse la barzelletta che quella Luce aveva prodotto le tenebre.

Le cronache del tempo riportano anche un fatto curioso: durante la rappresentazione dell’opera Luce alla Scala, gli artisti proseguivano nonostante i fischi e le urla disumane che coprivano quasi sempre musica e canto, impedendone l’ascolto, ma ad un certo punto si fece un silenzio improvviso. Cosa stava succedendo? La scena rappresentava una piazza di Napoli del 1600, dove i napoletani stavano combattendo contro gli spagnoli per cacciarli dalla città, quando si sente il suono di una campana che annuncia l’ora serale dell’Ave Maria. Un frate si avanza sulla piazza e invita tutti a deporre le armi, al raccoglimento e alla preghiera. Tutti si inginocchiano, fanno il segno della croce e innalzano al cielo un sublime canto, un’Ave Maria che prende tutto il pubblico della Scala, anche i più scalmanati che non possono fare a meno di ascoltare. Finita l’esecuzione, ecco un fragoroso applauso e la richiesta insistente di un bis che viene concesso e nuovamente applaudito. E su quel canto di sublime preghiera serale cala lentamente il sipario del secondo atto dell’opera. All’inizio poi del terzo atto ripresero le urla e gli schiamazzi. E gli applausi per l’Ave Maria? Quella certo non l’aveva scritta Gobatti!
Dopo tutti i velenosi attacchi alla Luce di Gobatti e l’acerrima controversia tra bolognesi e milanesi, si può dire che la rappresentazione di Luce a Milano non poté offrire ai critici più equilibrati e distaccati la possibilità di un giudizio sereno, perché in quella serata non fu possibile nemmeno udire la musica, soffocata dai trambusti e schiamazzi di una folla di esagitati. Si dice che la serata sia stata pilotata da un’organizzazione filoverdiana, che si era proposta di rovesciare, come altre volte, il giudizio del pubblico bolognese.
Ma proprio a Milano, fra le roventi polemiche, si alza la voce del giornale dell’epoca, “Il Mondo Artistico”, che sembra la voce della ragione capace di elevarsi al di sopra del fanatismo e dei rancori. Ecco un piccolo stralcio:
Milano, 16 febbraio 1876
Siamo fra due eccessi. Gli entusiasmi di Bologna e il denigramento di Milano. A Bologna si è voluto fabbricare un genio prima ancora che gli spuntassero le ali; a Milano si è voluto negare persino la facoltà di balbettare i primi accenti dell’arte. Il benigno lettore capisce di chi parliamo: del povero Maestro Gobatti, che in una sera si vide distrutte tutte le sue speranze ed illusioni. Noi non entreremo nel merito della musica di “Luce” e per una ragione semplicissima: per la ragione che il colto e rispettabile pubblico della Scala non ci ha permesso di sentirla. Il primo atto ed anche il secondo, che furono ascoltati in silenzio, ci parvero non privi di belle cose, di tentativi arditi, di novità ed anche di una felice ispirazione melodica. L’Ave Maria non l’hanno potuta disconoscere neppure i più accaniti nemici di Gobatti, i quali, dopo averla applaudita e fatta ripetere, non sapendo che altro dire, dissero che non l’aveva fatta lui. Quanto al terzo e quarto atto, nessuno ha potuto udirne una frase di seguito, tale era il parossismo di un pubblico, il quale si abbandonò ad escandescenze che ci ricordarono le deplorevoli serate del Mefistofele e del Lohengrin. Una cosa sola possiamo asserire ed è che anche in mezzo a quel baccano abbiamo potuto intravvedere qualche raggio di luce ed erano appunto quei raggi che inferocivano maggiormente gli oppositori ad ogni costo.
La “Luce” non ebbe che una sola rappresentazione, ed è bene perché si sarebbero rinnovati gli scandali
Più tardi, in una lettera a John Frevor, presidente di una Società musicale di Cincinnati, così Gobatti espresse le sue reazioni alla caduta di Luce:
… Scrissi l’opera Luce, per la quale, essendomisi scatenato contro tutto l’odio degli Editori che mal sopportavano i miei successi perché venivano a togliere loro grandi utili, indignato di tanta malvagità ed ingiustizia umana, mi decisi a non permettere più venissero rappresentati in pubblico i miei lavori, tanto più che la mia Casa Editrice, la Casa Lucca di Milano, poco o nulla si occupava di far cessare la guerra che si faceva ai miei lavori, ma solo di chiedere per essi, perché ricercatissimi, noleggi di compenso assai rilevanti che le Imprese dei Teatri d’Italia non potevano sopportare. Perciò da allora non volli più far pubblicare e rappresentare miei lavori, abbenché desideratissimi dal pubblico e richiesti da Editori

Luce non fu più rappresentata e si ha motivo di pensare anche che Luce non abbia avuto un giudizio equo e sereno né a Bologna, dove le aspettative erano esagerate ed esasperate, né a Milano dove si sfogò un rancore represso.
Molto difficile oggi, e anche nel futuro, esprimere un giudizio sull’opera Luce, in quanto è conservato integralmente solo lo spartito pianistico, mentre la partitura orchestrale, presente all’Archivio Ricordi, è largamente incompleta.
Ecco, dunque, un’altra grossa difficoltà a verificare oggi, da parte della critica, se aveva ragione Bologna, che credeva in Gobatti, o Milano, che, per voce del critico Salvatore Farina, definì Luce un “mostricino venuto alla ribalta”.
A teatro succedeva con una certa frequenza che il successo o l’insuccesso di un’opera potesse essere premeditato, preparato accuratamente, prestabilito. Perché? Perché ogni teatro, e pertanto ogni città, arrogava a sé, ai propri critici, al proprio pubblico, il titolo di esperto e raffinato conoscitore d’arte musicale.
